Il ruolo strategico dell’Italia
Condivido alcune considerazioni di carattere generale sul tema dell’installazione in Italia di grandi datacenter.
Quali sono le argomentazioni che stanno alla base di questo interesse di carattere geopolitico?
Di “grandi data center” si parla spesso come di un tema tecnico/industriale; in realtà è un pezzo di infrastruttura geopolitica, paragonabile (per impatto sistemico) a porti, gasdotti o snodi ferroviari.
1) Sovranità digitale: chi controlla dati e giurisdizione
Il primo driver è la sovranità su dati e servizi: dove risiedono, chi li amministra, sotto quale diritto ricadono, e cosa succede in caso di contenzioso o richiesta di accesso. In Italia questa logica è formalizzata nella Strategia Cloud Italia, che esplicita tre obiettivi “politici” (non solo tecnici): autonomia tecnologica del Paese, controllo sui dati, resilienza dei servizi digitali.
In parallelo, a livello UE la European Strategy for Data lega esplicitamente la competitività alla “data sovereignty” e all’idea di spazi comuni dei dati e infrastrutture cloud affidabili/efficienti. In altre parole: il datacenter è la “fabbrica” del dato e quindi una leva di potere economico e regolatorio.
Traduzione geopolitica: se la capacità di calcolo e storage critico è fuori confine o sotto controllo esterno, un Paese è più esposto a pressioni (commerciali, normative, di sicurezza).
2) Extraterritorialità e rischio di dipendenza da attori non UE
Un tema molto discusso è l’applicazione extraterritoriale di norme di Paesi terzi (es. accesso ai dati tramite provider soggetti a giurisdizioni extra UE). Nei documenti istituzionali italiani sul Polo Strategico Nazionale (PSN) compare esplicitamente l’esigenza di garantire soluzioni “idonee a risolvere i problemi giuridici posti dall’applicazione extraterritoriale” di normative extra Unione.
Sul versante statunitense, materiali divulgativi/accademici sul CLOUD Act richiamano il principio “possession, custody or control” come criterio rilevante (non solo la localizzazione fisica del dato). Questo alimenta, in Europa, la spinta verso cloud/hosting “trusted/sovereign” per i dataset più sensibili.
Traduzione geopolitica: il datacenter non è neutrale; è una superficie di sovranità. La domanda “dove lo metto?” diventa anche “a chi mi rendo dipendente e con quali vulnerabilità legali?”.
3) Sicurezza nazionale e continuità: i data center come infrastruttura critica
Con NIS2, l’UE tratta “cloud” e “data centre service providers” come entità rilevanti per la sicurezza cibernetica e stabilisce requisiti tecnici/metodologici di gestione del rischio. La narrativa è chiarissima: i data center sono “backbone” della società digitale e dunque bersagli e punti di fragilità.
In Italia la stessa logica è incorporata nel PSN, che nasce per ospitare dati/servizi “critici e strategici” della PA con garanzie di affidabilità, resilienza e indipendenza, e con distribuzione geografica pensata anche per continuità operativa.
Traduzione geopolitica: chi possiede e gestisce capacità di data center su larga scala controlla una parte della resilienza nazionale (servizi essenziali, sanità, giustizia, finanza, PA), quindi il tema entra nelle agende di sicurezza.
4) Geo economia: attrazione di capitali, filiere e “cluster” (AI inclusa)
I grandi datacenter muovono investimenti, lavoro specializzato, filiere elettriche e impiantistiche, contratti di lungo periodo (energia, costruzioni, connettività). E creano effetti cluster: dove si concentra calcolo, arrivano software house, integratori, startup, università e servizi avanzati. Report di mercato (da prendere come indicatori, non come “verità ufficiale”) descrivono una crescita significativa del mercato data center italiano e un ruolo forte di Milano come hub.
A livello di politica industriale UE, l’idea è simile: rafforzare capacità di calcolo e cloud “trustworthy” (affidabile) serve a non perdere terreno su piattaforme e AI, oltre che a sostenere spazi comuni di dati (health, mobilità, energia).
Traduzione geopolitica: il datacenter è una “fabbrica strategica” nell’economia digitale; chi la ospita intercetta investimenti e influenza standard tecnologici (e, indirettamente, regole del gioco).
5) Geografia fisica e “rotte” digitali: cavi sottomarini, Mediterraneo, latenza
Qui l’Italia ha un vantaggio geopolitico naturale: è una piattaforma nel Mediterraneo, potenziale ponte tra Europa e Nord Africa/Medio Oriente. La crescita dei data center non è solo “server”: è soprattutto connettività (fibre e cavi sottomarini) e punti di interconnessione.
Esempi concreti: il Sicily Hub di Sparkle viene posizionato come nodo vicino a Nord Africa/Mediterraneo/Medio Oriente e connesso alle landing stations siciliane, con benefici di latenza/costi.
Sul lato ligure, iniziative e investimenti descrivono Genova come nuovo hub di approdo e interconnessione per cavi intercontinentali (con legami verso l’ecosistema di Milano), proprio per diversificare rotte e ridurre colli di bottiglia.
Traduzione geopolitica: come per porti e corridoi energetici, anche nel digitale contano le “rotte”. Dove atterrano i cavi e dove stanno i campus di calcolo, lì si concentra potere negoziale e resilienza.
6) Energia, acqua, clima: il datacenter come nodo della politica energetica
I datacenter consumano molta elettricità e (a seconda delle tecnologie) acqua; per questo la dimensione geopolitica include sicurezza energetica, prezzi, disponibilità di rete e transizione verde. L’UE ha introdotto obblighi di reporting e uno schema comune di rating di sostenibilità: l’obiettivo è aumentare trasparenza e spingere efficienza, uso rinnovabili e riuso del calore.
Questa regolazione “verde” non è cosmetica: se l’elettricità diventa vincolo (reti sature, costi volatili, opposizione locale), la capacità di attrarre datacenter diventa una competizione geopolitica interna all’Europa (chi offre energia stabile/low carbon e permitting più prevedibile).
In sintesi: perché è geopolitica
Perché i grandi datacenter determinano chi controlla:
dati e giurisdizione
resilienza dei servizi essenziali
filiere e investimenti dell’economia digitale
rotte e nodi di connettività
energia e sostenibilità
E questi sono tutti asset strategici dichiarati nei documenti italiani/UE.
Scenari per l’Italia
Una lettura “a scenari” (Europa ↔ Italia ↔ Africa ↔ Medio Oriente) ci aiuta a capire perché i grandi data center e i cavi sottomarini stanno ridisegnando i rapporti di forza nel Mediterraneo.
L’idea chiave è che la geopolitica del dato oggi si gioca su tre strati:
- rotte fisiche (cavi/landing)
- ecosistemi digitali (IXP, peering, cloud, campus)
- regole e investimenti pubblici (sovranità, Global Gateway, PNRR/PSN)
1) Il Mediterraneo come “mare digitale”: da corridoio a piattaforma
Per decenni il Mediterraneo è stato soprattutto un corridoio: i cavi che univano Asia–Medio Oriente–Europa passavano qui e puntavano a pochi grandi hub (storicamente Marseille). La logica era: “atterro in un punto ultra-connesso e poi backhaul (carico o rete di ritorno, è la porzione di una rete gerarchica che comprende i collegamenti intermedi tra la rete centrale (o nucleo o dorsale) e le piccole sottoreti ai “margini” della stessa rete gerarchica) verso i grandi nodi europei”. Oggi però la concentrazione eccessiva crea un rischio “single point of failure” (SPOF) e spinge verso diversificazione di landing, interconnessione e data center lungo tutta la costa mediterranea.
Questa dinamica spiega perché si vedono crescere hub “secondari” ma strategici come Genova, Barcellona, Creta, Palermo/Sicilia: non devono sostituire i grandi FLAP (Frankfurt–London–Amsterdam–Paris), ma offrire ridondanza, latenza più bassa verso Africa/MENA (vedi descrizione al termine del capitolo) e una nuova geografia di interscambio dati.
2) L’Italia come “doppio snodo”: Genova (porta) + Sicilia/Palermo (cerniera)
2.1 Genova: porta europea “nuova” per Africa/MENA
Genova sta emergendo come landing hub e punto di interconnessione grazie a progetti come l’arrivo del sistema 2Africa (con landing in un data center carrier-neutral) e alla capacità di collegarsi rapidamente al grande ecosistema di data center e cloud di Milano. Questo crea una “catena logica” molto potente: cavo intercontinentale → landing a Genova → interconnessione/peering → campus di calcolo a Milano.
In parallelo, la stampa di settore e le analisi di mercato evidenziano Genova come nodo “compatto ma connesso”, utile per traffico tra Europa meridionale, Africa e Medio Oriente, proprio perché offre un’alternativa a pochi punti iper-concentrati.
2.2 Palermo/Sicilia: “exchange point” naturale tra Europa, Africa e Levante
Sicilia e Palermo diventano strategiche per la loro prossimità geografica e per la densità di approdi: lo “Sicily Hub” viene descritto come nodo che può intercettare molti dei cavi che attraversano il Mediterraneo e offrire minore latenza verso Africa e Medio Oriente.
Qui entra in gioco il sistema BlueMed: nella tratta Palermo–Genova–Milano viene dichiarata una riduzione di latenza del 50% rispetto alle dorsali terrestri Sicilia–Milano, e soprattutto l’idea di una rotta sottomarina più sicura e diversificata. È esattamente il tipo di investimento che trasforma un territorio da “periferia” a cerniera fra regioni digitali.
3) Tre corridoi geopolitici che collegano Europa–Italia–Africa–Medio Oriente
Corridoio A — Europa ↔ Africa (Atlantico): resilienza e capacità per l’Africa “in crescita”
Nel quadro UE, la connettività con l’Africa è una priorità esplicita della strategia Global Gateway: i documenti UE parlano di cavi e dorsali regionali come strumenti per aumentare flussi dati e “digital sovereignty” delle due sponde.
In questo corridoio l’Italia può giocare un ruolo indiretto (non solo via Atlantico), perché maggiore capacità Africa↔Europa significa più traffico che poi deve essere “terminato” in hub europei con peering e cloud. Se Genova/Milano offrono alternative credibili, parte di quel traffico può scegliere rotte diverse.
Corridoio B — Europa ↔ Nord Africa (Mediterraneo): “ponte” industriale e scientifico (non solo commerciale)
Qui il progetto più indicativo è Medusa: viene presentato come sistema che collega Paesi UE mediterranei (tra cui Italia) con Paesi della “sponda sud” (Marocco, Algeria, Tunisia, Egitto, ecc.) e risulta supportato anche da finanziamenti UE/CEF, con obiettivi espliciti di riduzione del digital divide e di connessione di reti di ricerca/educazione (GÉANT).
Per l’Italia è rilevante anche il dettaglio del landing a Mazara del Vallo (porta siciliana verso Maghreb) e l’impostazione “open access” del sistema: sono ingredienti che favoriscono concorrenza, abbassano i costi di trasporto e – cosa geopoliticamente cruciale – ridistribuiscono i punti di interconnessione, sottraendo eccessiva dipendenza da poche città/canali.
Corridoio C — Europa ↔ Medio Oriente ↔ India (East Med / Red Sea): la partita dei chekpoint e dei “corridoi alternativi”
Il terzo corridoio è quello più “geopolitico” in senso stretto: collegamenti che toccano Levante, Mar Rosso e poi la direttrice verso l’Asia. Il sistema Blue & Raman (di cui BlueMed è parte sul tratto mediterraneo) viene descritto come una nuova rotta che collega l’Italia con l’East Med e prosegue verso Medio Oriente e India, con sviluppi “BlueMed East” e legami con corridoi economici più ampi.
Qui la parola chiave è diversificazione: una parte della narrativa pubblica su questi progetti sottolinea che alcune nuove rotte mirano a ridurre dipendenze da punti percepiti come critici (chokepoint). Dal punto di vista di Paesi e operatori, diversificare significa ridurre rischio di interruzioni e aumentare capacità negoziale (contratti, transiti, sicurezza).
4) Perché questa geografia “spinge” i grandi data center (e viceversa)
Una volta che atterrano i cavi, accade quasi sempre un effetto a catena:
- landing + backhaul → serve un punto stabile di interconnessione;
- nasce/si rafforza un IXP/peering ecosystem (un punto di scambio Internet (IXP) è un luogo fisico attraverso il quale le società di infrastrutture Internet come i provider di servizi Internet (ISP) e le CDN si connettono tra loro);
- i cloud/content provider mettono cache, edge e poi carichi più pesanti;
- a quel punto diventano appetibili campus data center (anche AI-ready).
È esattamente ciò che viene descritto per Palermo (Sicily Hub come nodo per provider Africa/MENA) e per Genova (GN1/landing + collegamento a Milano).
In parallelo, l’Europa spinge anche con regole e programmi: la Strategia Cloud italiana parla di autonomia, controllo dei dati e resilienza come obiettivi, e il PSN esplicita persino la necessità di affrontare problemi legali legati a normative extra-UE.
Questo “clima regolatorio” incentiva a localizzare capacità e servizi in Europa/Italia, soprattutto per dati sensibili.
5) Tre scenari plausibili (2026–2030) per Europa–Italia–Africa–MENA
Scenario 1 — Italia “gateway bilanciato” (Genova+Sicilia complementari a Marseille)
Qui Genova e Palermo diventano la coppia “porta + cerniera”: Genova come approdo e interconnessione verso l’Europa continentale (Milano), Sicilia come snodo naturale per traffico Africa/MENA. Risultato: più investimenti di edge e data center costieri, e maggiore ridondanza mediterranea.
Scenario 2 — Italia “feeder”: molta connettività, ma il calcolo resta concentrato altrove
In questo caso i cavi atterrano e passano, ma i grandi carichi di calcolo e i servizi cloud “core” rimangono soprattutto su mercati già maturi; l’Italia guadagna in resilienza e transito, ma meno in campus hyperscale. È uno scenario che può verificarsi se permitting/energia/reti elettriche non tengono il passo rispetto ad altri hub UE. (Qui contano molto politiche energetiche e accettabilità sociale).
Scenario 3 — Italia “corridoio euro-africano”: spinta Global Gateway + Medusa + crescita MENA
Se gli investimenti UE in connettività e digitalizzazione accelerano e l’Africa aumenta rapidamente domanda di cloud/video/AI, allora i punti di scambio mediterranei crescono di importanza: Medusa come ponte Nord–Sud e BlueMed/2Africa come rotte complementari. L’Italia, per posizione, può diventare piattaforma di riferimento (specie se Milano continua a espandere capacità data center).

Walter Gumirato
Autore & PresidenteWalter Gumirato: EMIM + IM
Executive Master in
– Management aziendale (triennale)
– Innovation management
– Project management
– Intelligenza artificiale
– Big data e machine learning
– Collaborazione con l’Osservatorio sanità digitale del Polimi
Tre anni molto intensi, ricchi di contenuti e relazioni.
Sono contento.











